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giovedì 19 febbraio 2009

Vita di città


Savona, Domenica mattina, Piazza del Popolo, bruttina già di suo, figlia di quella patetica propensione per il moderno che, troppi architetti, evacuano in panchine, gradinate, fontane, superflui quanto inutili elementi di " Arredo urbano ", tutti, rigorosamente in cemento color cemento. Si sa, il classico, rimane classico per sempre; il moderno, comincia a diventare vecchio, nel momento in cui termina il suo completamento. Il cemento si sgretola, il color cemento diventa color sporco, poiché sporco sul serio. Tutto incupisce, si rattrista in un degrado delle strutture che diventano il letto di coltura di un degrado sociale decorato da siringhe, cartocci di vino da intenditori, mozziconi di cannoni. Tutti elementi corredati dei loro insostituibili accessori: senza tetto dipendenti dalle più fantasiose sostanze reperibili per pochi euro, più o meno rissosi, petulanti, tutti piscianti e caganti. Inutile dirlo, è un posto che mi piace, ci porto a pisciare il cane ( di razza ). Normalmente ben vestito, con un'aria da borghesuccio solido, con un pelo di contrazione anale per la recessione, appena agli inizi, gironzolo nelle mie certezze, do calci a lattine e bottiglie di birra vuote, incrocio qualche occhiata, solitamente, mal ricambiata ( e vorrei ben vedere! ), faccio finta di non giudicare. Un giacchino, troppo leggero per il freddo che dovrebbe contrastare, mi si fa incontro. All’interno un ripieno, più d’ossa che di carne, ne segue, apparentemente inconsapevole, la traiettoria decisa anche da un paio di pantaloni, direi vuoti, che stanno in piedi da se, grazie ad un’impalcatura di sporco che più sporco non si può, Nulla di quel insieme, in qualche maniera, organico, sembra considerarmi una possibilità, una qualsiasi. Tutto, a parte i dieci passi che ci dividono, si concentra nel gesto della sua mano destra che si infila nella tasca destra dei pantaloni e ne esce con un pacchetto di cellophane pieno di biscotti, tutti interi. Uno due, tre biscotti finiscono nella bocca golosa del mio cane, di razza. È una sequenza breve e lentissima, un’azione che non mi prevede mi esclude a priori, da anni, direi. Dal momento che, io, non ci sono, non tiro fuori, dalla tasca, la mia macchinetta fotografica, non inquadro con calma e faccio clik. Non scatto la foto di un uomo che non mi vede. Non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché, mentre la mano che aveva offerto l’ultimo biscotto al mio cane di razza, rientrava nella tasca dei pantaloni, due occhi, opachi e scintillanti, si sono piantati dentro i miei e, un sorriso, marrone di nicotina, mi ha detto: “…però, gli piacciono! “

Ciao a tutti. Piero Ferrari

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